Dalla Postfazione

Le avventure dell'ultimo degli Abenceragi

di F. R. de Chateaubriand

Postfazione di FIlippo Maria Battaglia

Mursia (2009), pp. 96, euro 4,90

Un musulmano dal cuore nobile e coraggioso, una cristiana dal viso latteo e dai capelli color ebano: li separano due fedi contrastanti e un destino che ha visto i loro avi sfidarsi in uno scontro campale.

 

La storia di un amore impossibile sullo sfondo di un'Europa assediata da guerre e duelli all'ultimo sangue.

«Leggendo queste pagine resta facile scorgere il travaglio di uomo che ha sofferto il tormento dell’esilio, tutto preso da amor di patria». È il 1831 quando François-René de Chateaubriand manda in stampa  Le avventure dell’ultimo degli Abenceragi, inserendole nel XVI volume delle sue Opere complete.

Il visconte ha cinquantotto anni ed è ormai una celebrità nel pantheon delle patrie lettere. Discende da un’antica schiatta bretone, ha assistito di scorcio alla rivoluzione francese, è stato in esilio a Londra per le sue simpatie realiste, ha appoggiato Napoleone prima di diventarne acerrimo nemico, passando infine nelle fila dei legittimisti più intransigenti.

 

Con Atala (1801), Il genio del Cristianesimo (1802) e Renè (1802) la sua fama ha già travalicato i confini transalpini grazie al timbro, inconfondibile, di una fede religiosa nata in reazione al rigido razionalismo illuminista, esaltata per la sua poeticità e per la sua naturale inclinazione alle lettere, e venata da una forte attrazione verso l’esotismo.

Le avventure dell’ultimo degli Abenceragi non fanno eccezione. Nella presentazione alla prima edizione, Chateaubriand ci informa che sono state scritte all’incirca nel 1806 e rimaste chiuse in un cassetto per oltre vent’anni per motivi di opportunità politica.

Segue motivazione: «La descrizione che ho fatto degli spagnoli dimostra da sé  perché questo racconto non si sia potuto stampare sotto il governo imperiale.

La resistenza che quel popolo disarmato ha opposto a Bonaparte eccitava allora l’entusiasmo di tutti i cuori suscettibili di commozione dinnanzi ai nobili sacrifici e alle grandi abnegazioni». 

 

Scritto durante il viaggio in Terra Santa del memorialista francese, il volumetto è implicitamente dedicato a Madame de Noailles, che lo attendeva in Spagna al ritorno del tour mediterraneo.

Il copione recita di un amore impossibile tra un moro e una cristiana, divisi dalla propria fede, ma soprattutto dai magnanimi lombi: Aben Hamet è l’ultimo rampollo della dinastia degli Abenceragi, fedeli a Boabdil, ultimo re del sultanato di Granada prima dell’avvento, nell’ultimo scorcio del XV secolo, dei re di Castiglia; donna Bianca, da par suo, discende nientemeno che dal valoroso Rodrigo Diaz de Bivar, detto il Cid, rimasto alla storia per la capitolazione dei mori.

A nulla varrà la sofferta conversione del nobile forestiero: a suggello dei due cuori fedelmente infranti resterà solo una sepoltura dimessa. Dunque, una storia ad alto tasso di pathos e drammaticità; ed infatti la buona dose di melodramma di cui lo scrittore si serve a piene mani sarebbe oggi mal tollerata se non fosse avvolta da un’aura fiabesca e rarefatta.

 

François-René de Chateaubriand morirà a Parigi il 4 luglio 1848. Un anno dopo, usciranno postume le Memorie d’oltretomba, affidate tempo prima ad un editore francese con la riserva di pubblicarle solo post mortem.  «Così ho ipotecato la mia tomba» confesserà alla consegna del manoscritto, che gli varrà in Francia la reputazione di «grand enchanteur». La sua eredità condizionerà in modo decisivo le generazioni successive di molte prime lame della letteratura francese, a cominciare da Victor Hugo e George Sand. 

Filippo Maria Battaglia

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