• Filippo Maria Battaglia

La storia di una Confessione tra mummie e tartufi

"Uno dei libri sconsigliati alle famiglie e alle biblioteche popolari": così la "Società italiana contro le cattive letture" presieduta nientemeno che da Niccolò Tommaseo definiva "Le confessioni di un italiano" di Ippolito Nievo poco dopo la sua pubblicazione postuma.

La motivazione? Nasceva dalla "pericolosità del buon costume" per la storia di uno dei suoi personaggi, la Pisana.


Quel personaggio, come ricorda Marcella Gorra nel Meridiano a lui dedicato, "rappresentava nelle Confessioni una infrazione intollerabile al conformismo moralistico e tradizionalistico arroccato sull'arcaicità del costume".

E non è un caso che le Confessioni verranno più volte censurate da molti di quelli che l'autore aveva chiamato "mummie" e "tartufi", fino a una tardiva riscoperta del Novecento.


Scritto in poco meno di un anno e mandato in stampa senza una redazione definitiva, è un libro in cui trionfa davvero il pluralismo: di spazi, di voci, di toni. E, soprattutto, di impianto, segnando il passaggio dal romanzo storico (che aveva dominato nel primo Ottocento) al romanzo di ambiente contemporaneo (che sarebbe diventato centrale nella seconda metà dell'Ottocento).





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