• Filippo Maria Battaglia

La breccia del Risorgimento

Il 20 settembre 1870 è il giorno della breccia di Porta Pia: le truppe del Regno d'Italia entrano a Roma. Ma quella che passa come una data storica per la laicità dello Stato, in realtà fu un mezzo dramma per un’intera classe dirigente.

La presa di Roma, conti alla mano, rappresenta al meglio difetti e vizi d'origine del Risorgimento. Sin dalle due premesse: nel settembre 1870, la battaglia di Sedan tra Francia e Prussia restituisce libertà d'azione all'Italia, costretta fino a quel momento a evitare qualsiasi intromissione tra le mura vaticane per l’occhiuta sorveglianza di Napoleone III. Caduto prigioniero quest’ultimo, l’opposizione parlamentare preme per la conquista di Roma.


Il governo ha una posizione più attendista: dapprima nicchia, alla fine la asseconda. Nettamente contrario è invece il ministro della Guerra Giuseppe Govone, che di quella crisi risentirà persino a livello psicofisico, scontando un ricovero in una struttura ospedaliera.

Lo stesso Vittorio Emanuele non è affatto entusiasta della decisione. Raccontano certe cronache d’allora di un sovrano che alle prime insistenze del governo avrebbe temporeggiato. Poi, esausto, avrebbe sbottato: «Anca custa balussada am fan fa!» («Anche questa sciocchezza mi fanno fare!»).


Il corpo di spedizione italiano, guidato dal cattolicissimo Cadorna e composto di poco più di cinquantamila uomini, varca i confini vaticani il 10 settembre.

L’iniziativa non è un blitz inaspettato e Cadorna non ha alcuna intenzione di spargere sangue. Per questo, una volta giunto alle porte di Roma, fa pure una breve sosta: spera così che il Papa issi bandiera bianca.


Un'attesa lunga tre giorni, ma del tutto inutile. Il 20 settembre inizia l’attacco. Alle nove di mattina i cannoni hanno già aperto la breccia con uno squarcio lungo una trentina di metri.

Il bilancio sarà di 49 morti e 141 feriti tra i militari italiani e 19 morti e poco meno di cinquanta feriti tra le milizie pontificie.


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