• Filippo Maria Battaglia

Il Politecnico, o la fugacità di un’illusione

È il 29 settembre 1945 quando va in stampa il primo numero del Politecnico. Il direttore è Elio Vittorini, l'editore Giulio Einaudi, in redazione c'è anche Franco Fortini.

Il Politecnico si richiama a una grande lezione, quella di Carlo Cattaneo. L'obiettivo è creare una rivista divulgativa senza rinunciare alla "problematicità delle aperture e del taglio".

In questo senso, è davvero costruita a somiglianza e immagine di Vittorini. Spazio dunque a inchieste sulla Fiat così come ai racconti e testi di Hemingway, Whitman, Eluard, ma si affacciano anche su queste pagine Italo Calvino, Oreste Del Buono, Natalia Ginzburg.


L'ultimo numero uscirà nel dicembre 1947, non prima di aver ospitato una delle polemiche più aspre e significative di quegli anni: quella, cioè, tra lo stesso Vittorini e il segretario del Pci Palmiro Togliatti.

Da una parte, la rivendicazione dell'autonomia della cultura (che nell'esperienza della rivista si traduce anche in una grande attenzione alla nuova letteratura americana ed europea); dall'altra, la rivendicazione del diritto del movimento operaio (e dunque del partito) a indirizzare la cultura (e così a trasformarla ineluttabilmente in uno strumento di lotta politica).

Una dialettica, quella Togliatti-Vittorini, tra due figure quasi archetipiche del nostro Novecento, che segna l'immediato dopoguerra italiano, anticipandone alcune illusioni e delusioni.




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