• Filippo Maria Battaglia

Deledda, al di là delle didascalie

La didascalia stilata dalla critica recita più o meno così: agli esordi scrittrice naturalista, in seguito approdata al romanzo lirico-psicologico. E tanto basta, o almeno tanto è sembrato bastare, per diversi decenni.


Per molto tempo, Grazia Deledda (1871-1936), premio Nobel nel 1926, non ha trovato spazio in numerose delle antologie e delle storie della letteratura italiana pubblicate negli ultimi anni. Se è citata, è liquidata corrivamente come epigono verghiano o dannunziano, a seconda dei casi.

Gianfranco Contini,per esempio, nella sua Letteratura dell’Italia unita (1968), non la cita nemmeno di sguincio.

La gran parte dei suoi colleghi, se la menziona, la accusa di poca originalità e “scarsa unità dell’opera”. E anche nella prefazione di questo Meridiano, Natalino Sapegno la tratta in modo un po’ ruvido e affrettato.


Negli ultimi tempi, qualcosa è cambiato: i suoi personaggi e la sua Sardegna sono stati riscoperti, rintracciati e ritrovati lontanissimo dal verismo: come ha scritto Massimo Onofri, l’isola della Deledda, “all’opposto della Sicilia verghiana, è un prima antropologico, una specie di eden ancora esente dal peccato originale, ma che diventa subito il luogo di un’espiazione e di un sacrificio, d’una rinuncia e una sublimazione feroce”.



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