• Filippo Maria Battaglia

Conservazione e reazione: due parole su “L’Italiano”

Si chiamava "L'Italiano", l'aveva fondato Leo Longanesi a Bologna nel 1926 e si presentava come un "periodico della rivoluzione fascista". Ma in realtà, come ha scritto Leonardo Sciascia, quella parola - rivoluzione - ne valeva due, di senso opposto: conservazione e reazione. Conservazione di ideali, gusti e modi di vita ottocenteschi e risorgimentali; e, al contempo, reazione al socialismo, all'internazionalismo, al cosmopolitismo mondano e di accatto e all'americanismo già allora invadente.


Questo è il numero del settembre del 1932. Oltre che di Longanesi, c'è un testo di Pietro Dall'Acqua, il soldato a sparare il primo colpo di fucile italiano nella Grande Guerra (o almeno così pare); un racconto di viaggio di Giovanni Comisso tra Porto Said e Massaua, che diventerà un capitolo dei suoi più noti libri "Amori d'Oriente"; un articolo su Città Sant'Angelo di Stella nera (alias Giovanni Ansaldo, uno dei giornalisti più raffinati del Novecento, su cui prima o poi torneremo).

E, naturalmente, ci sono i disegni di un grande protagonista della cultura italiana di quegli anni, Mino Maccari.


Era una rivista fascista, ma conteneva in filigrana un messaggio a suo modo di indipendenza e di autonomia dal regime e dai suoi gerarchi. "È da Longanesi e da Maccari - ha scritto Sciascia - da quello che scrivevano e disegnavano, dalle riviste che facevano, che è venuta alla generazione cui appartengo una lezione di anticonformismo e libertà, un antidoto alla noia, un'informazione sulle cose d'Italia che veramente contavano e sulle cose del mondo di cui il fascismo voleva che gli italiani non si occupassero".

Nella storia un po' di foto e di disegni di Maccari.






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