Libri, innanzitutto.

Aggiornamento: 19 ago 2020

Il 15 agosto 1785, con l’arresto del cardinale Rohan, scoppia l’affaire du collier. I protagonisti principali sono tre: la regina Maria Antonietta, il cardinale di Rohan aappunto, e la contessa de La Motte.

Perno della triangolazione è un costosissimo collier, del valore di poco meno di due milioni di livres.

Dopo alcuni controversi episodi che gli hanno alienato le confidenze della regina, il cardinale è pronto a tutto pur di riacquistare fiducia e gratitudine a Corte.

Si imbatte così nella contessa de La Motte, che gli fa credere di essere tra le confidenti più intime della regina e di conoscerne il suo desiderio più forte: mettere le mani sul prezioso collier.

Il cardinale inizia a brigare: incontra i gioiellieri, si impegna, firma e consegna la collana alla contessa, che la disgrega in più parti e la vende.

Il raggiro viene fuori quasi subito: i creditori reclamano le somme e la regina scopre la truffa, chiedendo presto la testa del porporato.

Ma Rohan non si piega: decide di sottoporsi al giudizio del parlement parigino (ovvero il tribunale).

Dopo l’arresto, la reclusione e l’isolamento, ne esce scagionato ed estraneo ai fatti come, del resto, la regina.

Ma per la Corona è una clamorosa sconfitta. La regina, per quanto estranea alla vicenda, resta vittima della calunnia: lo scandalo è il pretesto ideale per aggravare le critiche sulle sfrenate abitudini di Corte.

“Lo scandalo - scriverà Goethe - intaccò le fondamenta dello Stato, annientò il rispetto verso la regina e in generale verso le classi elevate”.

E' il 31 maggio del 1786, la rivoluzione è ormai alle porte.

L’affaire è al centro di una cronaca minuziosa a firma di Benedetta Craveri, intitolata “Maria Antonietta e lo scandalo della collana”, scritta con la leggerezza narrativa dei celebri delitti di Alexandre Dumas e con la suspense di una spy story.


P.S. Come potete intuire, la contessa de La Motte non fece una bella fine.


Aggiornamento: 19 ago 2020

E' il 14 agosto 1415 quando i portoghesi, guidati da Enrico il Navigatore, conquistano la città di Ceuta, sulla costa del Mar Mediterraneo, vicino alla stretto di Gibilterra.

L'obiettivo è la sconfitta dei musulmani e il consolidamento della cultura cristiana, ma anche l'ampliamento dei traffici commerciali del settentrione africano.

Dopo la vittoria Enrico è nominato per duca di Viseu.

Ma il principe non è solo un ottimo combattente: chiede e ottiene il finanziamento di numerose spedizioni.

Ai suoi uomini, nel 1427, si deve la scoperta delle prime isole Azzorre. Grazie al suo appoggio, poi, nel XV secolo l’Africa non più una chimera: per la prima volta le imbarcazioni portoghesi si spingono fino al Río de Oro.

E poi ancora Capo Verde, la Guinea, il deserto del Sahara per decine e decine di escursioni che toccheranno il continente africano così come quello asiatico.

Enrico si allea con diversi regnanti, muove guerra all’impero ottomano, si stabilisce nel porto di Sagres, nell’estremo lembo sudoccidentale dell’Europa.


La sua fama si deve però anche al mecenatismo: promuove la nascita della cattedra di Astronomia nell'Università di Coimbra e nella sua Vila do Infante fonda un centro scientifico nel quale riunisce astronomi e cartogtrafi.

L’ascesa di Enrico è fulminante, ma il suo declino è altrettanto repentino. È lui infatti a volere a tutti i costi la conquista di Tangeri, nel 1437: una vittoria di Pirro, che dura lo spazio di un lampo e che costa all’esercito portoghese migliaia di vite.

Passerà gli ultimi anni ad occuparsi della sola amministrazione interna prima di morire a Capo de Sagre nel 1460.


Su Enrico l'unica biografia disponibile in Italia è a firma di Paolo Lingua ed è edita da Camunia.

Quest'olio invece è di J. Everett e ritrae le Azzorre.


Aggiornamento: 19 ago 2020

Il 10 agosto 1912 nasce Jorge Amado. Chi ha letto i suoi romanzi non ha potuto non imbattersi nella sua cucina. Non c’è vita senza cibo, sostiene Amado, e infatti i piatti brasiliani sbucano sin dalla prima occasione utile.

Memorabile la preparazione del “vatapà”, che lenisce i dolori di Dona Flor nel romanzo più noto di Amado.


Per uno di dieci persone, spiega Dona Flor, «portate due teste di cernia freschissima, potete usare anche un altro pesce, ma non viene così buono». E poi «sale, coriandolo, aglio, cipolla, qualche pomodoro e il succo di un limone»: questi gli ingredienti, il resto è affidato alle mani.

Si inizia col rosolare «il pesce negli odori», aggiungendo un «sorso d’acqua, un sorso piccolo, quasi un niente. Poi scolate il sugo, mettetelo da parte, e proseguiamo». A questo punto servono una grattugia e due noci di cocco: «Grattugiate di buona lena, suvvia, grattugiate: un po’ di esercizio non ha mai fatto male a nessuno (dicono che il moto tenga lontani i pensieri cattivi, ma io non ci credo). Raccogliete la polpa e scaldatela prima di spremerla: sarà più facile ottenere il latte spesso, il puro latte di cocco non diluito». Adesso «lasciatelo da parte. Ottenuto il primo latte, non buttate via la polpa, non siate sciuponi, non è tempo di sprechi. Prendete la polpa e scaldatela in un litro d’acqua bollente. Spremete di nuovo per ottenere il latte diluito». È l’ora di cercare un po’ di pane raffermo, senza crosta, e di metterlo «a mollo nel latte diluito. Nel tritacarne (lavato per bene) passate il pane bagnato nel latte di cocco e macinate insieme le arachidi, i gamberoni essiccati, gli anacardi, lo zenzero e non dimenticate il peperoncino che aggiungerete a piacere». Mescolati i «condimenti, aggiungeteli al brodo di cernia, sommando sapore a sapore». Infine «aggiungete il latte di cocco, quello denso e puro, e alla fine l’olio di palma, due tazze colme: il dende, colore dell’oro antico, il colore del vatapà. Lasciate cuocere a lungo a fuoco basso; continuate a mescolare con il cucchiaio di legno e sempre nello stesso verso: non smettete di mescolare se no impazzisce il vatapà».