Libri, innanzitutto.

Li ho ritrovati stamattina, nella casa dei miei genitori: sono in gran parte stropicciati, e perlopiù con le copertine ingiallite dal sole. In ogni frontespizio c’è la data di lettura (tutte, tra il febbraio del 1996 e il novembre del 1997); nell’ultima pagina, a matita, sono trascritte a stampatello le parole che non conoscevo. Salgari ha studiato per diventare capitano di lungo corso, e ha fallito: non è mai stato nel Borneo né nel Sahara, non ha mai navigato verso l’emisfero australe (e, se per questo, credo non si sia mai spinto mai oltre Brindisi); il suo cosmo non è mai esistito, il suo bestiario è a tratti irrealistico, ma non mi ha mai importato.  


Avevo dodici anni. Per me è stata la scoperta di un mondo e, insieme, di un’avventura: che non è stata l’India, ma la lettura.






Aggiornamento: 1 nov 2020

È il poeta pazzo e vagabondo del Novecento italiano per antonomasia. La sua vicenda è singolare ed eccezionale, il suo unico libro (“I canti Orfici”) è destinato a restare immortale. La vita di Dino Campana (1885-1932) è da tempo condannata a diventare una storia di irresistibile vocazione all’esemplarità: quasi fosse impossibile non farne una bandiera e, suo malgrado, un emblema.


Anche a un rapido sguardo – racconta Gianni Turchetta nella sua “Vita oscura e luminosa di Dino Campana, poeta” (Bompiani, pp. 454, euro 18) – non è difficile capire perché la sua vita abbia potuto generale tante mitologie e tante distorsioni. “Colpito a 15 anni da un profondo squilibrio psichico, che lo spinge a vagabondare continuamente che gli procura accessi di incontrollabile furore, viene più volte rinchiuso in carcere e in ospedali psichiatrici. Incapace di stare fermo e di dare un ordine alla propria quotidianità, per molti anni viaggia senza sosta, sperimentando ogni sorta di mestieri: percorre l’Italia, spesso compiendo a piedi percorsi lunghissimi; passa le Alpi e va in Svizzera, Francia, Belgio, forse anche in Russia”. Intanto, scrive e riscrive l’unico libro della sua vita, quello che avrebbe dovuto assurgere alla “giustificazione della sua vita”.

A Campana dedicheremo la prossima puntata dei #consiglidilettura: l'appuntamento è per domenica alle 18, sempre sull'account Instagram di @skytg24.

Intanto, per saperne di più, c'è la rubrica sul sito del tg.





Il 20 maggio 1928 nasce Luciano De Crescenzo.

In “Panta Rei” ha scritto una cosa semplice e vera, e cioè che con «il tempo, anche il bello diventa meno bello, e il brutto meno brutto. Bellezza e bruttezza, infatti, sono caratteristiche dei primi approcci; in seguito tendono ad avvicinarsi».

«Quando incontri qualcuno - mi disse una decina d’anni fa durante un’intervista in occasione dell’uscita di un libro - chiediti subito: “Ma questo è un pressappochista o un assolutista?”. Se è un pressappochista, diventagli amico perché vuol dire che è una brava persona: cambia idea, dialoga. Se è un assolutista, diffidane e mettiti paura: i guai sono in arrivo. Amare il pressappoco significa diffidare dei dogmi di ogni genere, provare a mettersi nei panni degli altri, cambiare opinione quando ne vale la pena».


L’intervista è disponibile qui (a pag. 66 dell’ultimo numero in pdf)


La foto è di indeciso42 (Wikipedia CC BY-S A 4.0)