Libri, innanzitutto.

Sollievo, stordimento, rabbia e impreparazione. C’è anche questo nelle cronache sulla Sicilia dell’otto settembre del ‘43 pubblicate sui quotidiani e sui “fogli di battaglia” di quel periodo.


Il primo a raccontare l’armistizio firmato a Cassibile cinque giorni prima è “La Sicilia liberata”, nato il 6 agosto di quell’anno, quattordici giorni dopo la sospensione temporanea del “Giornale di Sicilia”. Durerà venti mesi e in quel periodo sarà, come tutte le altre testate, sotto il controllo del Governo alleato americano attraverso il “Psycologichal Warfare Branch”, l’organo che prepara il ritorno delle libertà di stampa nei territori occupati. 


Come gli altri numeri, quello dell’otto settembre di settantasette anni fa non è firmato. Palermo è descritta come una città dilaniata da “numerosi danni bellici, in cui ciascuno vuole nascondere i propri errori dietro il comodo paravento del palleggiamento delle responsabilità”. Da quasi cinque mesi la città è in emergenza idrica: “L’acqua potabile non fluisce più regolarmente”, le modifiche e le riparazioni promesse dopo il bombardamento dell’aprile di quell’anno sono ancora un miraggio. Il mercato nero non è mai stato così florido, “foraggiato da una schiatta di simil-imprenditori”, e i collegamenti con le borgate sono interrotti, con buona parte delle stazioni ferroviarie è inagibile o occupata.


Qualche giorno dopo, l’edizione romana del Giornale di Sicilia racconta “come i siciliani hanno appreso la notizia dell’armistizio”: “Li abbiamo veduti, questi siciliani nelle strade e nelle piazze di Roma, raccogliere la notizia della cessazione delle ostilità col nemico raccolti e dignitosi con gli occhi pieni di lacrime e il volto affilato da un senso di profonda amarezza”.

C’è molta retorica negli articoli di quella settimana di fine estate, d’accordo. Ma se contestualizzate, le cronache di quei giorni ci restituiscono un ritratto dell’isola credibile, anche se incompleto. E, oltre alle difficoltà contingenti, ne riportano alcune fratture sociali che si trascineranno per molti mesi senza trovare una composizione.





Questa foto è stata scattata proprio a Palermo nel settembre del 1943. Ritrae alcuni soldati inglesi mentre ascoltano un concerto in strada




Aggiornamento: 1 nov 2020

Su Sky Tg24 ho intervistato Dacia Maraini che è tornata in libreria con "Trio", una storia di donne costrette a fare i conti con l'indifferenza e l'incomprensione maschile.

La chiacchierata è disponibile qui. Abbiamo parlato di cibo e di vino, di amicizia e di reticenze e ovviamente anche di scrittura. E, a proposito di scrittura, Maraini ci ha raccontato come per lei, in letteratura, non ci sia spazio per uno stile femminile. Semmai, ha spiegato, "c'è un punto di vista femminile, che non è ovviamente dovuto a un fattore genetico ma a una storia millenaria. E' una questione di educazione e di cultura: le donne, alle loro spalle, hanno un'eperienza di reclusione e la scrittura, ricordiamocelo sempre, segue sempre la vita". 

Torneremo a parlare di questo tema presto.




Questo è il castello di Vaux-le-Vicomt, costruito per volere di Nicolas Fouquet, il rinomato e controverso sovrintendente alle finanze francesi durante il regno di Luigi XIV.

Scoperto da Richelieu, Fouquet deve attendere la morte del cardinale per essere notato da Mazzarino, che lo invia nella Brie, prima di diventare procuratore al parlement di Parigi. Qualche mese più tardi assume l’incarico più importante di Francia: diventa potente come un re, e di fatto è assai più ricco. L’influenza di Fouquet tocca il suo apice. E a identificarla (sancendone, se vogliamo anche un po’ ingenuamente, la fine) è la progettazione proprio di questo grandioso castello. Per la sua edificazione sono demoliti tre paesi e vi si dedicano poco meno di duemila manovali, attraendo strali e laceranti invidie a corte.


È l’inizio della fine, anche perché con l’avvio dell’assolutismo di Luigi XIV, Fouquet non si fa trovare abile: minimizza le volontà del monarca, tenta di circuirlo, si spoglia improvvidamente della sua carica di provveditore (e dell’immunità che da essa ne deriva). Il 5 agosto 1661 viene arrestato e sottoposto a un processo di dubbia garanzia, ma non si piega: si difende orgogliosamente e finisce la sua vita nelle carceri di Pinerolo.

Al suo destino, un grande scrittore francese, Anatole France, ha dedicato un libretto riportato in libreria da Sellerio una dozzina d’anni fa e intitolato “Il castello di Vaux-le-Vicomte”.

France ci restituisce un trompe-l’oeil condito da qualche amore e da molte invidie viscerali. Ma c’è di più. In filigrana al racconto si trova il filo rosso che lega questo racconto a tutta l’opera del premio Nobel: la scrittura raffinata e uno scetticismo ironico che nasconde una versione livrè dell’epicureismo.

La sua narrazione si dipana in una visione lucidamente conservatrice in difesa dello Stato, lontana dalla condivisione delle idee socialiste di molti anni più tardi, “adeguandomi, come si deve, allo spirito delle istituzioni”.